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fuoripistaNove diversi modi di definire la neve conosceva Smilla, a leggere il romanzo di Peter Høeg. Non occorre andare fino in Groenlandia per impararne tanti e sapere, ad esempio, che sull’altopiano di Asiago, raccontava Mario Rigoni Stern, bristna è quella leggera che si attacca agli alberi e harnust è la crosta tanto odiata nel fuori pista. Le nevi non sono tutte uguali e non è solo questione di stagioni e altitudini. Un viaggio sulle montagne italiane è un variare di paesaggi ma anche di superfici su cui scivolare, mai uguali. E l’esperienza è più felice nelle piccole stazioni, che ancora i mega comprensori dell’industria sciistica non hanno inglobato, “ricche” appena di due risalite, ma perlopiù senza cannoni, dove la neve è davvero solo quella che cade dal cielo, meteorologia permettendo.

Nessuna grande successione di impianti avveniristici, né piste senza fine, ma il piacere di ritrovare gli ambienti di un tempo, senza lo sferragliare continuo delle seggiovie, curve meno monotone su un manto che non è tirato come un biliardo, discese per tutti i gusti. Pendenze dolci adatte a bambini e principianti, il fascino del paesaggio d’antan che convince gli sciatori più agée, la neve oltre i confini della pista per chi preferisce la fresca: i cartelli di avviso ci sono ugualmente, ma uscire non è un delitto di lesa maestà come accade nei grandi comprensori e con un po’ di cervello — e una guida che ti accompagni — è ancora possibile la traccia nella neve non ancora toccata dai battipista. Angoli di montagna isolati perfino dalle strade: accade a Chamois, il comune più alto della Val d’Aosta, in Valtournenche. Tre piccoli alberghi, tre seggiovie e la funivia che sale da Buisson, unico collegamento con l’asfalto quando arriva la neve. Niente discoteche, un pugno di bar-ristoranti, la sera si aspetta il tramonto dietro le montagne della valle del Cervino. Nel Cuneese a Pian Munè, dominato dal triangolo perfetto del Monviso — due soli impianti, altri due pronti prima di Natale — fino a pochi anni fa nel prezzo dello skipass era compreso un piatto di polenta e capriolo. La Provincia di Torino ha presentato un pacchetto omogeneo — skipass gratuito a chi ci dorme almeno una notte e ai bambini — per l’inverno che va a cominciare nella sua dozzina di “stazioncine”.

Da Ala di Stura a Coazze-Pian Neiretto e Valprato Soana, sono i luoghi che hanno visto, a fine Ottocento, la nascita dello sci in Italia. Non che piccolo sia sempre bello. Talvolta i centri per gli sport invernali non sono diventati grandi per l’obiettiva impossibilità di svilupparsi, più che per scelta di ridurre le proprie pretese. Altitudini non compatibili con un innevamento adeguato, dislivelli ridotti, investimenti sbagliati ne hanno condannati a morte decine, lasciando scheletri di alberghi abbandonati e piloni che testimoniano speranze perdute. “Le piccole stazioni che vanno salvate e frequentate — spiega Giorgio Daidola, docente di Economia del turismo all’Università di Trento, reduce lo scorso inverno da un viaggio per la rivista Sciare tra le microlocalità degli sport invernali — sono quelle che rispetto alle grandi presentano una particolare atmosfera e un’originalità di proposte”. E suggerisce in Sudtirolo un posto come Trafoi, ai piedi dell’Ortles, patria del grande Gustav Thoeni, che lassù gestisce con la figlia l’albergo Bella Vista. In Trentino c’è la Panarotta, tra Valsugana e Val dei Mocheni, che si è rilanciata anche grazie all’attività dell’associazione Lagorai Telemark guidata da Mariano Valcanover e Giuliano Pederiva. Lungo l’Appennino il piccolo è quasi la regola, ma non sempre l’atmosfera è così rilassata e piacevole. Claudio Primavesi, vicedirettore del mensile Sci — la prossima settimana è in edicola la Guida dedicata alle stazioni d’I talia e dei paesi alpini — ne sceglie due: “Vallefura, che domina il bellissimo paese rinascimentale di Pescocostanzo, in Abruzzo, e Piano Provenzana, vicino a Linguaglossa, sul versante nord dell’E tna: lo sci di fronte al mare”.
Fonte:http://viaggi.repubblica.it/articolo/la-neve-low-cost/219529